La forza della coerenza non è mai effimera: La Trama di Gaia vi parla del valore di questo Referendum

Mi sono chiesta che cosa potevo dirvi su questo referendum che non sia già stato detto… sono stati impiegati fiumi di parole a irrigare qualche verità, far galleggiare menzogne ed esempi paradossali e purtroppo anche ad allagare la visione globale di chi andrà a votare… ma una cosa forse non sono riusciti a fare, tali inondazioni mediatiche: non sono riusciti ad affondare il senso critico delle persone….

Me ne sono accorta propri oggi e per rendervi partecipi vi racconterò una storia…  non una storia di compagnie petrolifere senza etica, di politici corrotti e di manovre per accontentare i “soliti noti”; vi narrerò di qualcosa a chi ho assistito personalmente questo pomeriggio, in una semplice aula universitaria della nostra penisola, dove era stato organizzato dagli studenti una lezione dibattito sugli aspetti scientifici\tecnici del referendum; un incontro per capire veramente su cosa dovevano votare, con relatori dell’Ateneo ed esperti dell’estrazione petrolifera. Io ero presente per raccogliere informazioni il più possibile dettagliate, come sempre, quando devo scrivere un articolo, quindi in teoria dovevo ascoltare professori ed esperti, come gli studenti, ma poi ho capito che, invece, ero lì per ascoltare proprio loro… i ragazzi …

Proprio grazie ai ragazzi ho avuto ho compreso perché sia importante questo referendum, perché sia fondamentale andare a votare, anche se ciò potrebbe non aver pressoché nessun valore risolutivo sul piano delle concessioni: è stato fin troppo chiaro che il veto delle 12 miglia è quasi ridicolo. Qualunque compagnia petrolifera che si rispetti con uno staff scientifico preparato sarebbe in grado di “stare” fisicamente in un posto con i suoi pozzi e praticamente trivellare a miglia di distanza; non è su questo che realmente si discute anche se vogliono farcelo credere. In realtà il 17 aprile voteremo per la nostra dignità di scelta..  Avremo la possibilità di dare un valore ai nostri desideri, di legittimare progetti ed auspici per il futuro. Rendiamo la parola agli italiani, che sembrano averla perduta fra le righe dei libri di storia dove si narra di esploratori, scienziati, artisti e intellettuali che hanno insegnato al mondo il potere della Conoscenza della Bellezza e del Coraggio, ormai concetti quasi sconosciuti agli uomini e donne sapientemente lobotomizzati dai social, anestetizzati dai reality e appagati dai selfie ridondanti.  Ma credo che abbiamo ancora nel nostro DNA le informazioni dei Grandi che ci hanno preceduto su questa terra, che hanno dato il meglio di questa infusione di etnie ancestrali al mondo. Oggi ho visto un’aula universitaria piena di giovani di 20 anni con la saggezza dei centenari di un tempo. Già… perché anche questo ci siamo fatti rubare oggi, la saggezza dell’età… Siamo passati da “anziani” politici che giocavano a fare i ragazzini rinnegando l’autorevolezza dei propri capelli bianchi innestandosi scalpi corvini, ai giovani politici che usano strategie vecchie e logore, come la propaganda degli statisti che hanno governato i loro nonni. Da tempo mi sto chiedendo quando arriverà questa  “generazione x” di cui tanto si parla… Vi assicuro.. oggi l’ho vista al lavoro… Per questa generazione dobbiamo impegnarci, allora…

Tanto per rinfrescarsi la memoria vi riporto, quindi, due cenni tecnici riguardo il quesito che voteremo.

Il quesito che voteremo, unico superstite di sei quesiti originariamente presentati, chiederà se volete abrogare la normativa che prevede la possibilità di mantenere operative le piattaforme offshore (in mare) che estraggono idrocarburi entro le 12 miglia dalla costa, fino ad esaurimento dei giacimenti. Tale previsione è andata di fatto ad annullare le precedenti norme in vigore che vincolavano le compagnie titolari delle piattaforme a rispettare i termini delle concessioni ottenute che prevedono la durata di 30 anni, in realtà già molto elastica, perché rinnovabile per 10 anni allo scadere dei termini, e successivamente per altri 5 anni. Rimando ai miei colleghi esperti nel settore giuridico, comunque la spiegazione nel dettaglio del quesito.

In sostanza cosa succede:

Se vince il SI, stop all’estrazione degli idrocarburi al termine dei 30 anni con le eventuali proroghe. Le compagnie petrolifere dovrebbero impegnarsi allo smantellamento degli impianti e ripristino ambientale del luogo, operazione che svolgendosi in mare hanno un costo elevatissimo. Non c’è nessun pericolo per fabbisogno energetico nazionale (visto che l’apporto delle piattaforme in questione è esiguo), come non ci sarà nessuna perdita di posti di lavoro, che sono comunque pochissimi e spesso di personale straniero.

Se vince il NO, le compagnie vanno avanti con l’estrazione fino ad esaurimento dei giacimenti, pagando pressoché niente allo Stato e agli Enti Locali che ospitano tali strutture perché le Royalties sono bassissime: il 7% sull’olio e il 10% sul gas. Praticamente trivellare il nostro mare è un manna per i petrolieri che in Italia trovano le condizioni economiche tra le più vantaggiose al mondo.

Adesso un po’ di storia e qualche dato tecnico, però.

L’Italia è al 49° posto nel mondo per l’estrazione degli idrocarburi e al 4° posto in Europa: possiamo distinguere due tipologie di estrazione: offshore (in mare) che riguarda soprattutto il gas, ed onshore (a terra). Il decreto che vogliono proporre sostiene che prolungare l’estrazione fino ad esaurimento scorte dei giacimenti in questione potrà evitarci di acquistare energia all’estero, ma la realtà è molto diversa, perché i giacimenti oggetto di tale decreto non producono che il 4% scarso rispetto alla produzione totale italiana. Praticamente, con tutti i nostri pozzi (in mare e su terra ferma) produciamo 223 miliardi di metri cubi di gas e 100 milioni di tonnellate di petrolio; ciò corrisponde al 10% del fabbisogno nazionale. L’estrazione in mare è molto più costosa, di quella a terra, ma ad oggi è la via da seguire per le compagnie petrolifere, dato che le riserve terrestri si stanno esaurendo. In Italia, per quanto riguarda le concessioni offshore abbiamo una produzione del 3% di gas e dell’1% di petrolio e gli ultimi monitoraggi delle piattaforme attive danno anche per loro un considerevole calo di estrazione. Chiaramente tutta questa produzione “locale” non basta al fabbisogno nazionale e importiamo greggio soprattutto dall’est Europa e dal nord Africa.

Nel 2010 il decreto Prestigiacomo stabiliva il divieto della Ricerca ed estrazione degli idrocarburi nelle aree costiere protette. Il governo Monti successivamente ha ampliato tale provvedimento a tutta la fascia costiera entro le 12 miglia, quindi gli stop all’estrazione che verrebbero applicati in caso di vincita del SI riguardano le istanze antecedenti a tali provvedimenti; per dovere di cronaca è legittimo riportare che quelle che sono state presentate successivamente a tali decreti sono state rigettate a suo tempo. Col referendum andiamo a definire il futuro degli impianti già in essere prima dell’entrata in vigore di tali norme. Concessioni che sono appunto proprio adesso in scadenza.

Attualmente sul nostro territorio:

  • Esistono 69 concessioni attive 135 piattaforme.
  • Le piattaforme che si trovano entro 12 miglia dalla costa sono 92. Le altre 43 si trovano oltre le 12 miglia e, quindi, non saranno oggetto del referendum.
  • Di queste 92, le piattaforme effettivamente eroganti sono 48, corrispondenti a 35 concessioni (dati Legambiente) sparse in varie Regioni Italiane. La maggior parte delle piattaforme, all’interno delle 12 miglia dalla costa, è dedicata all’estrazione di gas. Su 48 piattaforme effettivamente eroganti, 39 estraggono gas e 9 estraggono petrolio.
  • La produzione delle piattaforme che si trovano entro le 12 miglia, nel 2015, è stata di 542.881 tonnellate di petrolio e 1,84 miliardi di Smc (Standard metri cubi) di gas (fonte Legambiente). Ciò corrisponde al 4% del fabbisogno nazionale (l’1% per quanto riguarda il petrolio e al 3% di gas).
  • Delle 35 concessioni, 3 sono inattive, 1 è in sospeso fino alla fine del 2016 (Ombrina Mare), cinque erano già non produttive nel 2015.
  • Le altre 26 concessioni sono distribuite tra il mare Adriatico, il mar Ionio e il canale di Sicilia. La maggior parte è destinata all’estrazione di gas metano. In totale, le regioni interessate sono Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata, Emilia-Romagna, Veneto e Marche.
  • Ovviamente, il numero di concessioni è minore rispetto a quello delle piattaforme: ogni concessione può comprendere più piattaforme.
  • Il referendum non andrà ad eliminare l’estrazione di idrocarburi: essi saranno comunque estraibili in terraferma e in mare, oltre le 12 miglia. Entro le 12 miglia, in caso vinca il sì, questo avverrà fino allo scadere delle concessioni, con le eventuali proroghe secondo la legge. In caso vinca il no fino ad esaurimento dei giacimenti.
  • Le società interessato sono:
  1. ENI
  2. SHELL
  3. TOTAL
  4. EDISON
  5. ENEL
  6. Oltre ad altri investitori e società Italiane, ma anche moltissime estere.

Adesso la domanda viene spontanea: dato che di ricadute economiche si parla, che senso ha spendere così tanto tempo e risorse per modificare una normativa ponderata a suo tempo che cercava di porre una regolamentazione di una tipologia estrazione con un forte impatto e rischio ambientale, soprattutto visto gli esigui risultati che produce? È veramente a rischio l’occupazione quando molti di questi impianti vantano tecnologie che riducono considerevolmente la manodopera umana, mentre lo stesso capitale umano potrebbe essere reinvestito nel campo delle fonti energetiche rinnovabili o nello smantellamento delle strutture e bonifica del territorio? Che cosa temono i fautori de No veramente?

  • Forse il rischio che impariamo veramente a puntare su altre fonti di energia?
  • Ciò che è certo è che i petrolieri perderebbero la loro “terra del bengodi” visto che l’Italia ha una politica molto generosa in fatto di Royalties e franchigia.. Ma spieghiamo meglio la questione. Le Royalties sono quote versate annualmente dalle compagnie titolari delle concessioni allo Stato, in quanto i giacimenti sono di proprietà pubblica, e che non occupandosi direttamente di estrarre queste risorse, affida l’operazione concedendo dei titoli di sfruttamento a terzi (società petrolifere) che sostengono le spese di ricerca ed estrazione. Dette Società in cambio versano delle quote, appunto allo Stato (e quindi a noi tutti), in percentuale a quanto estratto. Ecco.. adesso ci siamo… La parolina magica è proprio “percentuale”: in Italia è del 7% per il gas e olio estratto a onshore, e del 4% offshore, a cui si aggiunge un insignificante 3% da destinare a fondi specifici (riduzione sul prezzo dei prodotti in caso di estrazione su terraferma e per la sicurezza e l’ambiente se estratto in mare). In altri paesi queste Royalties raramente scendono sotto il 30%: lascio a voi ogni commento… Ma la nostra santa disponibilità verso i petrolieri non finisce qui, perché queste Royalties sono sottoposte a franchigia pari a 20.000 t di petrolio e 25 milioni di mc di gas estratto onshore, e 000 t di petrolio e 80 milioni di mc di gas offshore. Sapete cosa comporta questo?  Un vero regalo ai signori del petrolio perché se dimostrano che ogni anno estraggono un quantitativo pari o minore di quanto previsto dalle citate franchigie non versano nessuna Royalty. Quindi, se noi gli diamo la possibilità di sfruttare i giacimenti fino al loro esaurimento senza nessun limite di tempo, gli stiamo autorizzando a estrarre lentamente i quantitativi necessari a non superare le franchigie annue, e quindi, in pratica, avrebbero la possibilità di non pagare nemmeno un euro di Royalty. Che ve ne pare? Un disegno perfetto se si pensa che non c’è nessun organismo di controllo sui quantitativi di greggio estratto, ma sono le stesse Società a comunicarlo con una semplice autocertificazione. Nel mondo dei Petrolieri è risaputo che la questione Royalty Italiana è una delle migliori del mondo, ovvero, che garantisce ogni beneficio alle Società che vi investono, senza tener alcun conto dei diritti degli Italiani, che devono comunque e sempre rispondere di tutte le conseguenze derivanti dall’attività di estrazione e incidenti.

Chiaramente, il problema è, appunto, assolutamente politico/economico, e non è più possibile ormai scindere i due aspetti come confermano i recenti “fattacci” del panorama politico italiano. L’importanza dei combustibili fossili – e degli idrocarburi – è una questione di potere economico, che finanzia quella politica che gli permette di avere normative ad hoc per rimanere in piedi, quando tutto invece sarebbe pronto per una transizione energetica, un rinnovamento di produttività sostenibile, che la maggior parte degli individui ricercano, studiano, desiderano e appoggiano…

In Italia le fonti energetiche rinnovabili soddisfano il 35/40% del fabbisogno (soprattutto di provenienza idroelettrica) e stanno acquistando sempre più importanza, tanto che stiamo già entrando nell’ottica di produrre non più solamente per il fabbisogno momentaneo, ma anche per accumulare scorte energetiche, da cedere a terzi. Inoltre le ricerche scientifiche a livello internazionale sono concordi nell’affermare che la soluzione per il futuro è che ogni individuo, ogni gruppo familiare, ogni nucleo cittadino diventi autonomo sul piano energetico. È chiaro, quindi, che si apre un dilemma economico insostenibile per le lobby dei combustibili fossili, perché se il futuro si sviluppasse veramente in tale direzione, il loro potere verrebbe meno.

Sono penosi e ridicoli i tentativi di farci paura, adducendo ai disastri in caso di vincita del si, soprattutto quando si gioca al terrorismo sociologico facendo ventilare chissà quale tracollo per la nostra qualità della vita. In questi giorni ho sentito di tutto, iniquità grottesche e paradossi da vernacoliere, ma sufficientemente conditi di quella credibilità pseudotecnicascientifica da far sembrare credibile e giustificabile tutto; ve ne riporto alcune perché sono veramente delle perle di creatività:

  • “Se vince il SI dobbiamo scordarci di guidare i nostri bellissimi SUV, fare 2 o 3 docce quotidiane, fare due lavatrici al giorno, usare la lavastoviglie con tranquillità, e soprattutto utilizzare il riscaldamento in inverno e i condizionatori d’estate (proprio quest’ultimi causa effettiva del balzo di richiesta energetica degli ultimi anni)”. Cosa vi devo dire…? Dato che solo del 4% del fabbisogno nazionale si tratta, com’è possibile che siano messe a rischio in modo così devastante le nostre abitudini, più o meno ecosostenibili, secondo la coscienza di ognuno? Il discorso non regge, soprattutto quando ci sono tecnologie già pronte ed usate anche nella bioedilizia che rendono ogni abitazione totalmente autonoma ed autosufficiente in fatto di energia. Il tempo dei combustibili fossili è terminato ovunque; il nostro governo deve impegnarsi a investire su strategie energetiche pulite, rinnovabili e democratiche, come già sta avvenendo nei Paesi più all’avanguardia.
  • “Se vince il SI, abbiamo il crollo dell’occupazione”. Strano visto che gli impianti in questione vanno già a scartamento ridotto e non si prevedono incrementi di produttività. Forse non vogliono accollarsi le spese di smantellamento e ripristino ambientale in verità? Inoltre è importante sottolineare che il settore delle fonti energetiche rinnovabili impiega 60.000 addetti attualmente, con una ricaduta economica di 6 miliardi in previsione di crescita.
  • “I disastri petroliferi in mare sono una possibilità estremamente remota, comunque prevedibili e risolvibili; basta con le foto dei cormorani imbrattati di petrolio”. Andiamo a dirlo agli abitanti del golfo del Messico o di altre zone del pianeta menomate per chissà quanti anni. I cormorani imbrattati, le morie di fauna e vegetazione ittica, la distruzione di interi ecosistemi, rimangono una realtà che non possono sottostare alle statistiche di mercato. In un sistema chiuso come il mar Mediterraneo un eventuale incidente sarebbe disastroso e non ci sarebbe nessun intervento umano risolutivo del dissesto.
  • “I pesci e i cetacei si abituano ai cambiamenti che possono rivelarsi traumatici, derivanti dalle attività di ricerca degli impianti che utilizzano la tecnica dell’airgun: se hanno fastidi si spostano.” Beh… andiamo a spiegarlo ai cetacei o ad altre specie che ogni anno ripercorrono esattamente le stesse rotte per andare ad accoppiarsi o partorire. Adesso non ci basta più dover far fronte alle migrazioni degli individui che fuggono dalle guerre innescate dai poteri economici, ci mettiamo a provocare anche dissesti naturali che provocheranno chissà quali mutazioni di comportamento nella fauna marina?
  • “I rilevamenti di metalli pesanti negli organismi marini che colonizzano le zone delle piattaforme sono dovute all’erosione delle strutture e non al rilascio di sostanze in mare”. L’estrazione di idrocarburi è un’attività inquinante con un impatto rilevante sull’ambiente e sull’ecosistema marino. I dati di Greenpeace confermano che gli organismi marini che presentano tali alterazioni sono riscontrabili solo nelle zone di estrazione. Quindi, dato che il Mediterraneo – oltre ad essere un mare chiuso con un delicato equilibrio dell’ecosistema – ci fornisce anche cibo e, chiaramente, lavoro a tutta l’industria del pesce, mi sembra veramente antieconomico e improduttivo intossicare la nostra risorsa ittica principale.

Insomma…  potrei veramente continuare con questa carrellata di ovvietà indecorose, sancite senza alcun pudore, ma vorrei usare le ultime righe a mia disposizione per ben altre riflessioni..

Sappiamo benissimo che il referendum non potrà essere esaustivo, che non sancirà nessun cambiamento sostanziale nel cambiamento di rotta delle multinazionali petrolifere, ma sarà importantissimo come atto sociale e direi anche politico, nel vero senso etimologico del termine, cioè “l’Arte di governare gli stati, l’amministrazione della cosa pubblica”. Quella cosa pubblica è nostra, dei cittadini, riprendiamocela, non facciamo decidere a chi ha dimenticato il senso del ruolo che ricopre… Il SI è un’espressione della nostra volontà di individui che vogliono un futuro improntato su un’autentica qualità della vita che non può prescindere dalla qualità della vita del pianeta. I veri cambiamenti partono dal basso, i vertici non cambiano se non impulsati dalle spinte – più o meno intense – di chi li ha posti in quella posizione di potere. In Italia non abbiamo mai fatto una vera rivoluzione, siamo grandi pensatori, ma non abbiamo mai detto NO in modo adulto davanti alle nostre istituzioni che prendevano decisioni evidentemente discutibili. Non abbiamo mai acquisito quell’adultità necessaria a prenderci la responsabilità delle nostre opinioni e ad amministrarci in modo maturo. Questo referendum è una risposta pubblica, sociale ed etica La maggior parte dei cittadini non conosce i suoi diritti e le leggi e quindi non le fa valere, o peggio, non le applica. Votare SI è una risposta pubblica, sociale ed etica di un Italia che dimostra consapevolezza e idee chiare, pronta ad intervenire, e non più a rimanere passiva delegando a chi non ha neanche votato (ormai ci governano persone che non abbiamo neanche più il potere di scegliere), il nostro futuro.

In sintesi, visti gli interessi corporativistici di questo referendum, siamo veramente disposti a sacrificare il nostro senso di responsabilità verso il pianeta, la nostra capacità decisionale, la nostra libertà di scelta in nome di un misero 4% (nel migliore dei casi) che questo governo vuole farci passare come indispensabile, permettendo questa sciocchezza di sfruttare i giacimenti fino al loro esaurimento, magari anche con poco o niente tutoraggio sull’impatto ambientale da parte degli organismi preposti?

Il NO al referendum è la risposta adatta che può supportare l’indispensabile e, non più rimandabile, conversione energetica? Se continuiamo ad alimentarci energeticamente con i vecchi sistemi perché più comodo (per chi poi?) e più semplice, quando metteremo in atto tutte quelle trasformazioni necessarie nel sistema per una reale transazione energetica? Alla conferenza ONU sul clima che si è tenuta a Parigi lo scorso dicembre, l’Italia – con altri 94 paesi – ha sottoscritto uno storico impegno a contenere l’innalzamento della temperatura terrestre entro 1,5 gradi centigradi, attraverso l’abbandono graduale dell’utilizzo dei combustibili fossili. Questo referendum è la riprova dell’incoerenza della nostra classe dirigente; a no il compito, quindi, di riportarli al buon senso e ad onorare la parola data di fronte al mondo.

Votare SI equivale ad una rivoluzione, è l’espressione di una coscienza individuale e sociale che non si riconosce più nelle leggende e nei bluff dell’economia dei piccoli gruppi di grande potere, ma punta ad un reale cambiamento di rotta indispensabile alla vita. L’ho capito oggi da questi ragazzi, che erano lì per ascoltare gli esperti del settore, ma che in prima persona hanno dato le vere risposte.

A loro non sono serviti 50 anni di studio per capire che siamo inderogabilmente davanti ad una svolta; loro vogliono lavorare con nuove ricerche e non con strumenti vecchi… vogliono un futuro fatto di possibilità e non di rischi. Potrà essere un SI apparentemente effimero, ma è importante dare un segnale morale, politico ed etico di quell’Italia che è cresciuta e può dare un contributo reale alla costruzione della propria vita.

Marina Menichelli (vice presidente La Trama Di Gaia)

con la collaborazione tecnica di Gianluca Montagnoni e Martina Paludi

IL REFERENDUM SULLE TRIVELLAZIONI: NOTE PER UNA LETTURA GIURIDICA

 

Il prossimo 17 aprile, gli elettori saranno chiamati ad esprimersi sul seguente quesito referendario:

Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di stabilità 2016)” limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?

Per comprendere a pieno la portata del quesito, è necessario inquadrare la disposizione che si andrebbe ad abrogare, nel contesto normativo in cui si inserisce. Il periodo indicato sopra, infatti, è stato introdotto nell’ambito di un’eccezione ad un divieto già in essere. Il comma 17, dell’art. 6, del c.d. Testo unico ambientale vieta le attività di ricerca, prospezione e coltivazione all’interno delle aree marine e costiere protette ed altresì nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale (limite che definisce le acque territoriali) e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette. Lo stesso comma prevede inoltre un regime di favore per i  titoli abilitativi (concessioni) già rilasciati,  quale deroga di natura transitoria al divieto. Il periodo oggetto del quesito referendario ha comportato un’ulteriore facilitazione di tali impianti, prevedendo che i titoli abilitativi già rilasciati siano fatti salvi per tutta la durata di vita utile del giacimento, senza alcun limite temporale, né necessità di rinnovo dei titoli abilitativi. In sostanza, dette attività sono state autorizzate per legge sino all’esaurimento dei giacimenti, con l’unico limite (dal tenore retorico) del “rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”.

Se vincerà il SI, sarà dunque abrogata la possibilità di sfruttamento delle concessioni esistenti senza limiti temporali (sino all’esaurimento dei giacimenti) e senza necessità di riesame delle concessioni. La conseguenza pertanto non sarà l’immediata cessazione delle attività oggetto delle concessioni in essere, ma la cessazione delle stesse alla scadenza naturale dei titoli abilitativi (si consideri che la durata dei suddetti titoli, varia dai trenta ai cinquanta anni). Quindi, se vincerà il SI, le piattaforme attualmente attive potranno continuare a lavorare, ma solo per il tempo residuo rispetto alla scadenza del titolo posseduto.

E’ oltremodo da sottolineare che, in virtù delle disposizioni che si andrebbero a modificare (il comma 17 dell’art. 6, Testo unico ambientale) , l’effetto abrogativo del referendum, non lascerebbe un vuoto normativo (come talvolta avviene per effetto dei referendum abrogativi, che per loro natura possono solo eliminare norme di legge e non introdurne di nuove). Il risultato, infatti, in caso di vittoria del SI, sarebbe concreto e immediato, senza ambiguità: ovvero la vita delle piattaforme esistenti non si potrà allungare all’infinito.

Altra questione da sottolineare è che il Referendum, in caso di vittoria del SI, avrà effetto solo sulle trivellazioni oggetto dell’art. comma 17 dell’art. 6 ovvero su quelle in aree marine e costiere protette e all’interno delle 12 miglia dalle coste (e dunque non su tutte le trivellazioni).

Ma perché un quesito referendario, su una questione che a detta di molti “sembra marginale”? Perché non un referendum che possa incidere realmente e a tutto tondo sulle attività di ricerca e sfruttamento delle energie fossili in Italia? Perché non si vanno a toccare anche altre disposizioni normative che regolano la ricerca e la coltivazione degli idrocarburi?

Per rispondere, e’ necessario ricordare che il quesito referendario del prossimo 17 aprile, faceva parte di un insieme di sei quesiti promossi da dieci Consigli regionali (il doppio del quorum richiesto dall’art. 75 della Costituzione) ovvero Abruzzo, Basilicata, Calabria, Liguria, Marche, Puglia, Sardegna e Veneto (anche se poi l’Abruzzo si è ritirato dalla lista dei promotori). I quesiti vertevano su varie disposizioni normative in materia di ricerca ed estrazione degli idrocarburi in Italia. A dicembre 2015, il Governo ha tuttavia proposto, nell’ambito della Legge di stabilità 2016, delle modifiche legislative sugli stessi temi. In conseguenza di tali modifiche, la Corte di Cassazione ha giudicato non ammissibili ben 5 quesiti su 6, lasciando in piedi il solo quesito oggetto del referendum del 17 aprile.

Le modifiche apportate alla Legge di stabilità 2016, in parte sono andate nel senso indicato dai quesiti referendari e in questo senso, si può dire che le iniziative dei Comitati promotori hanno già ottenuto dei risultati positivi. Per esempio, in virtù di tali modifiche, la ricerca e l’estrazione di idrocarburi non ha più “il carattere di strategicità, indifferibilità ed urgenza” per la nazione, qualificazione che comportava (in precedenza) procedure accelerate e poche garanzie di coinvolgimento degli Enti locali nei processi autorizzativi. E’ stato inoltre eliminato il “vincolo preordinato all’esproprio” che comportava, appunto, l’esproprio dei terreni anche in presenza di una sola concessione per la ricerca. Infine, è stata abrogata la norma che consentiva al Ministero per lo sviluppo economico di sostituirsi alle Regioni per autorizzare progetti di ricerca ed estrazione di idrocarburi e le relative infrastrutture.

Tuttavia, per  ben due dei quesiti dichiarati inammissibili, le modifiche apportate dal Governo alla Legge di stabilità, non sarebbero andate nel senso espresso dai quesiti referendari. In particolare si tratta del quesito sul Piano delle aree che costituiva uno strumento di pianificazione del territorio finalizzato a individuare le aree in cui sarebbe stato possibile avviare progetti di trivellazioni, tenendo conto della diversità dei territori. Si trattava (perché, appunto, è stato abrogato dalla manovra del Governo) di uno strumento di razionalizzazione e pianificazione che prevedeva la partecipazione attiva delle Regioni. In questo caso il quesito referendario aveva la finalità di rafforzare la portata dello strumento e di “bloccare” il rilascio dei nuovi permessi sino alla sua adozione (di fatto, invece, oggi, si può trivellare sul territorio italiano quasi ovunque).

Il secondo quesito, invece, riguardava le proroghe dei titoli abilitativi. Lo sblocca Italia aveva introdotto il “titolo concessorio unico” che andava a sostituire le vecchie forme di permessi e concessioni che tra primo rilascio e proroghe potevano arrivare fino a 50 anni in totale. Il quesito referendario era finalizzato a richiedere che venisse stabilita una durata massima di 30 anni del titolo concessorio unico. Il Governo, ha previsto tale limite ma ha anche reintrodotto la vecchia forma di concessioni che prevede la possibilità di proroghe, senza estendere anche a questa la durata dei 30 anni. Quindi, attualmente, una società può optare per l’uno o l’altro percorso autorizzativo: il titolo unico che le concede 30 anni di tempo o le vecchie concessioni che le concedono, con le proroghe, 50 anni. Anche in questo caso, per i promotori del quesito, il Governo avrebbe eluso la questione, facendo tornare in vigore la vecchia norma.

Per i motivi illustrati sopra, sei Regioni (Basilicata, Sardegna, Liguria, Veneto, Puglia e Campania) hanno presentato ricorso alla Corte Costituzionale, sollevando il conflitto di attribuzioni sulle disposizioni della Legge di stabilità citate. Le suddette Regioni infatti contestano al Governo di aver promosso emendamenti alla Legge di stabilità di fatto eludendo le questioni poste dai quesiti referendari. In pratica, i promotori dei referendum sostengono che l’azione del Governo sia servita ad aggirare le questioni oggetto di due quesiti presentati. Per questo, la Cassazione, anziché annullare i quesiti referendari, avrebbe dovuto sollevare una questione di costituzionalità, in coerenza con le attribuzioni assegnate al comitato promotore del referendum dall’art. 75 della Costituzione. Il conflitto di attribuzione deriverebbe dal fatto che spetta ai promotori del referendum sottoporre agli elettori la loro richiesta e non al Parlamento di modificare la norma oggetto dei quesiti in modo da aggirare il quesito stesso.

La questione, come si comprende, era molto rilevante. In primo luogo, nel caso in cui la Corte Costituzionale si fosse espressa a favore del conflitto di attribuzione, ne sarebbero risultate annullate la disposizioni normative introdotte con la Legge di Stabilità 2016 e pertanto due dei referendum annullati sarebbero ritornati ad essere validi.

In secondo luogo, il pronunciamento della Corte Costituzionale, avrebbe aiutato a fare chiarezza su una questione che non presenta profili esclusivamente giuridici, ma riguarda un quesito fondamentale che ha a che vedere con i fondamenti democratici del nostro Paese: può il legislatore, dopo che sia già stato legittimamente indetto un referendum abrogativo su una norma, modificare proprio quella disposizione, per bloccare o rendere inutile il referendum stesso? In questi casi, si tratta solo di un problema di opportunità politica o si pongono problemi di legittimità nei rapporti tra diritto al referendum e potere legislativo del Parlamento? Si tratta di un tema molto importante e di grande attualità. A tal riguardo, ricordiamo le parole emblematiche utilizzate del Presidente della Commissione per la Costituzione, Meuccio Ruini, nella relazione che accompagnava nel 1947 il progetto di Costituzione italiana, in merito all’istituto del referendum:

“si è creduto di dover aprire la via ad una forma di manifestazione diretta di quella sovranità popolare, su cui poggia tutto il nuovo edificio democratico”.

Purtroppo, il 9 marzo scorso, la Corte Costituzionale, ha dichiarato inammissibili i ricorsi per motivi formali, senza entrare nel merito delle questioni. Le richieste sono state respinte perché “non è stata espressa la volontà di sollevare detti conflitti da almeno cinque dei Consigli regionali che avevano richiesto il referendum prima delle modifiche legislative intervenute.

Area Giuridica della Trama di Gaia

LE FONTI ENERGETICHE RINNOVABILI: UNA REALE RISPOSTA ATTUABILE

Tutte  le previsioni indicano attorno al 2050 l’esaurimento delle risorse energetiche fossili e, giustamente, sono state messe in campo le ricerche e l’attuazione delle fonti naturali : sole, acqua, aria, suolo.

Il referendum, per la natura del quesito, non incide su la questione dell’utilizzo dei giacimenti, ma, qualora si raggiungesse il quorum, innesca la precisa volontà dei cittadini verso una inversione di tendenza dalle energie fossili alle energie rinnovabili.

Fino ad ora la ricerca dell’energia da fonti rinnovabili si è concentrata prevalentemente sul sole e sul vento e i metodi di produzione non si sono adeguati , privilegiando grandi impianti e altrettanto grandi trasporti da un luogo all’altro, confermando l’incapacità di sviluppare una ricerca scientifica adeguatamente avanzata all’utilizzo di fonti diverse da quelle usate finora.

C’è ancora molto da fare per convertire veramente una produzione legata all’estrazione del petrolio e del gas  alla messa a punto di uno sfruttamento di fonti alternative. Perciò i posti di lavoro perduti dalla cessazione più rapida della trivellazione potrebbero essere rapidamente assorbiti dalla ricerca e attuazione di metodi innovativi.

Nella produzione attuale è stata ancora trascurata la fonte geotermica (suolo)  che, da studi scientifici è risultata, se messa in opera sistematicamente, in grado di coprire il fabbisogno mondiale di energia per 4000 anni.

Nell’utilizzo si ha ancora un’enorme spreco nel modo di produrre, di trasportare e di consumare. Le smart grids – le reti intelligenti – sono in grado di mettere in comunicazione il fabbisogno istantaneo con la fonte di produzione, per via telematica, segnalando anche gli eventuali guasti. Questo modo di gestire lo sviluppo energetico nel suo insieme ridurrebbe tutti gli sprechi che si sono accumulati con la gestione dei carburanti fossili.

Argomenti che sgombrano il campo dalla inaffidabilità delle fonti rinnovabili e dall’eterno ritornello della perdita di posti di lavoro.

Ricciarda Malaspina (Presidente La Trama di Gaia)